LE CARTOLINE

Sono nato e cresciuto in Via Roma, a due passi più su dalla Mursiata e a due passi più giù dal crocevia del canale: come dire il sacro e il profano. Nella prima c’era la discarica, nel secondo il sontuoso palazzo dei Prato. Immagini contrastanti ma  espressive, di com’era il nostro paese ai tempi (anni 1940-50) in cui ci ho vissuto: il ricco troppo ricco, il povero troppo povero. La mia famiglia non era ricca ma nemmeno povera: problemi di sopravvivenza non ne avevamo.  Da bambino, quando tornavo da scuola, finivo di mangiare e partivo, naturalmente a piedi, per la campagna dove mio padre mi aspettava. Percorrendo dai quattro ai cinque chilometri (solo andata), lo raggiungevo nel pomeriggio. Alcune ore di lavoro e ritornavamo in paese con i muli. A volte andavo solo per fare la guardia mentre mio padre zappava o laurava in altri appezzamenti, e ciò che custodivo con la mia presenza di giorno, lo perdevamo di notte. I ladri, subito dopo la guerra, per la fame erano pronti a tutto. In più vi erano quelli per vocazione. Di svolgere i compiti non se ne parlava, di leggere neanche. Non mi dispiaceva perché di scuola non ne sentivo il bisogno. Era già tanto, visto che non vi era ancora l’obbligo di frequenza, se i miei mi ci mandavano. <

br>    Finite le elementari, in campagna facevo il tempo pieno; non era certo ciò a cui aspiravo ma non avevo via d’uscita. Del resto anche mio padre avrebbe volentieri fatto un altro mestiere, difatti la mattina partivamo quando il sole era sorto di già, a differenza di altri coltivatori che al nostro arrivo avevano già zappato  na lenza  di terra. Insomma non dovevamo rendere conto.    
     Ai tempi, dato che la paga da padre a figlio non si usava, intorno ai tredici anni cominciai ad avvertire il digiuno delle mie tasche e perciò, grazie alla necessità che aguzza l’ingegno, feci ricorso al rimedio più vecchio del mondo: come tutti i figli (ma anche le mogli) dei viddani, rubavo qualche sacchina di 10-15 chili di frumento e lo portavo nel “covo” nei pressi di  l’arcu di Litteri, gestito da uno che ci dicevano u butar.  Appena mia madre usciva per le assidue e provvidenziali visite,  io riempivo la sacchina, la nascondevo in un angolo della stalla in mezzo  alla paglia e aspettavo, agitato peggio che per un incontro amoroso, la sera. Dopo essermi assicurato che il compratore fosse aperto, e atteso spasmodicamente che mia madre fosse  andata a dormire nel piano di sopra, recuperavo il bottino,  percorrevo con una strizza del diavolo le strade più  stracognite per evitare incontri sconvenienti e andavo a incassare qualcosa come  il 60-70% meno del valore della refurtiva. Non solo, ma essendo il locale angusto e poco illuminato la pesatura avveniva con la  statìa, e dunque con un ulteriore calo di valore. Era sempre  u butar che decideva peso e prezzo.
  A volte si protestava e ci si arrabbiava ma non c’era  alternativa. D’altronde il “benefattore-complice” diceva, senza mezzi termini, che dovevamo essergli grati visto che solo lui, unico sul “mercato”, poteva aiutarci. Infatti nessuno dei ragazziladri che io ricordi, si è mai concesso l’orgoglio  di ritornare sui propri passi per rivolgersi ad altri compratori, né tanto meno per  riportare la mercanzia al suo posto. 
    Con quei soldi facevo festa comprando la salsiccia da mangiare, con gli amici, da Rocchetti (c’era na zzima!), andavo a giocare a carte dove sistematicamente perdevo e qualche volta, di striscio, andavo al biliardo. Con un simile andamento ho facilitato involontariamente proprio ciò che mio padre voleva ottenere: educarmi, risparmiando, a non prendere vizi. Indovinato! 
   A diciassette anni, nell’illusione di convertirlo alle nuove tecnologie, come trattori e simili, che ci avrebbero sollevato dalla fatica, andai a fare un corso di guida a Piazza Armerina. Avuto il pezzo di carta, si rivelò solo quello: un pezzo di carta e basta. Per mio padre, la mia speranza non aveva alcun peso, come quando da una parte entra e dall’altra esce. I veri macchinari per lui erano le mie braccia.
   Per liberarmi da questa dipendenza, che a diciotto anni cominciava a diventare opprimente, affidai la svolta della mia vita alla cartolina del militare. Quando giunse, nel 1958, accadde veramente quello che mi ero prefissato: approfittare per uscire dal paese ed eventualmente non farvi più ritorno se non per qualche giorno. Come un emigrante. 
   Quella cartolina di colpo, mi permise di vedere il mare a Catania, scoprire cosa ci stava a mia insaputa al di là di Paparanza, Dittaino, Enna, Piazza, mi permise di arrivare a Roma di notte per farmici un giretto, e infine raggiungere il Nord. E non solo. 
      Dopo quaranta giorni di C.A.R. a Casale Monferrato, quattro mesi a Roma (durante i quali me la girai in lungo e in largo, a piedi) eccomi definitivamente a Torino con un camerata dal nome che da lì a poco sarebbe diventato più celebre del Papa e sicuramente più del presidente della Repubblica: parlo di Adriano Celentano. Allora era solo all’inizio della sfolgorante carriera ma già beneficiava del privilegio di non fare la guardia perché le ragazzine lo asserragliavano. 
       Ogni qualvolta andavo in licenza in paese, mi  caricavano di pacchi e pacchettini da portare ai vari paesani; uno tra questi, una scatola di cioccolatini, sarebbe stato più concreto di qualsiasi altro. Il mandante era l’ing. Torregrossa e il ricevente l’avv. Lapis (procuratore capo della repubblica, presso la corte d’appello di Torino). Pur non conoscendomi, certo per via del mandante, mi accolse, insieme alla moglie che era del nord, con molto affetto e quando gli manifestai l’intenzione di voler restare a Torino mi segnalò ad un conoscente: il giorno dopo il congedo militare, senza fatica, avevo già un lavoro in una  fabbrica di fanali per auto: l’indotto Fiat.
  Parlo dell’epopea dei primi anni sessanta che a Torino cambiò l’Italia.  A mio padre, con ragione, gli venne un colpo e forse non me l’ha mai perdonato. Senza di me farai la fame, mi disse, ed io risposi staremo a vedere. Anche trovare da dormire lo devo al solito pacco mandato al solito fratello, senza trascurare sia la mia faccia di bravo ragazzo, sia la mia famiglia sulla quale non c’era niente da eccepire (mio padre era conosciuto come un galantom, mia madre ancora meglio) che mi facilitava l’accesso in qualsiasi famiglia di paesani.
    Dunque, pagando il giusto, dormivo e mangiavo dalla famiglia Miraglia di Valguarnera: tappa importante nel processo del mio  “sgrossamento” a cominciare dalla signora che mi istruì nell’”arte” di camminare con le pattine sotto i piedi per non rigare il suo pavimento a specchio al quale dedicava, e faceva dedicare, mille attenzioni. La casa dei Miraglia luccicava di pulizia come non avevo mai visto. Sarebbe il caso di dire dalle stalle, che noi avevamo sul serio, alle stelle. Quella “civilizzazione” mi piaceva, mi insegnava a vivere in città, come la gente di città; Carrapipi diventava un puntino sempre più lontano dalla mia nuova realtà.  Ma i conti prima o poi arrivano e si pagano. Al momento il paese mi appariva
più bello di quando ci stavo, e da quei luoghi emergevano le immagini di casa mia, della mia mamma, del canale, degli amici, dell’atmosfera rassicurante della gente conosciuta che ti conosceva, delle strade strette ma sapute da sempre, quasi amiche, nonché della ragazza che pensavo mi pensasse e invece, come tante disgraziate, fu indotta dalla famiglia a sposare uno sconosciuto emigrato in Australia spezzandole il cuore: era poco più che una bambina.  Le ragazze, allora, ubbidivano ciecamente a genitori, nonni, zii e parenti, pronti e concordi nel complottare per convincerle a sposare, o non sposare, questo o quello. Di solito ci azzeccavano per la maggior parte dei casi, ma  giustu giustu in quello fallirono in pieno. Qualche notte l’ho passata insonne a causa di questa nostalgia che spesso diventava lacerante. Poi pensavo alla fatica della campagna, al caldo rovente durante la mietitura, alle mie tasche sempre vuote e riuscivo a superare lo sconforto. A Torino, invece, ero in città, c’era il freddo intenso ma c’era soprattutto la busta puntuale e senza sorprese che mi dava carica ed entusiasmo.  
      Poi alla signora nacque un secondo figlio ed io mi trovai a  straniàr  per pensioni dove la precarietà, l’estraneità degli altri ospiti, la promiscuità di persone ignote, ecc. mi spinsero a cercare un alloggio tutto mio. “Non si affitta a meridionali” me lo trovavo spesso nella mia ricerca e un giorno, ad una padrona di casa dissi di conoscere l’avvocato Lapis a cui potevano rivolgersi per le referenze: di colpo le chiavi di casa passarono dalle sue mani alle mie. Ma ricordo che un paesano, ottima persona che in paese aveva anche un posto di lavoro, per una settimana dormì nelle panchine della stazione centrale. Dopo si rifece alla grande diventando capo da qualche parte. Grande esempio di perseveranza e spirito di adattamento di uno che sapeva il fatto suo.  L’alloggio era nei pressi della stazione Porta Nuova: via Gioberti angolo corso Stati Uniti. La sera, al ritorno dal lavoro, andavo a fare corsi per saldatori, sapendo che prima o poi sarei finito nella braccia di mamma Fiat con la quale volevo figurare degnamente, ovvero con un attestato da esibire. Difatti dopo solo due anni dal mio congedo, ero dipendente Fiat, stabilimento di Mirafiori.
   Adesso potevo far venire qualche parente da sistemare ma ahimè il risultato fu disastroso. Accadde l’inevitabile e mal’ritt r quann fu: reciproco.    
    Quando uno aveva il posto sicuro alla Fiat era buona cosa mettere su famiglia: così sposai la solita carrapipana per non dare un dispiacere a mia madre che viveva nell’angoscia di vedermi presentare con la moglie straniera (per lei bastava che fosse di Catania per essere straniera) mentre dal canto mio non avevo alcun pregiudizio a sposare una ragazza proveniente da altre regioni, se ne avessi trovata una che non ne avesse avuto nei miei confronti. A dire il vero avevo avuto qualche occasione, specie nelle famiglie di  carrapipani dove c’era qualche figlia signorina oppure  nella fabbrica o nelle pensioni dove avevo dormito. Ma il passo era troppo serio: avevo solo 22/23 anni e preferivo andarci con i piedi di piombo.
     Poco prima di sposarmi, per affittare un alloggio nuovo con tutti i requisiti (bagno, termosifoni, acqua calda, citofono, giardino ecc) e non correre il rischio di un rifiuto, pensai di rivolgermi ad un collega di lavoro (autoctono) che oltre ad abitare nel quartiere di Mirafiori, nutriva per me una stima sconfinata. Non posso dire con certezza se l’alloggio l’avrei ottenuto anche senza la sua “buona parola”, visto che su dodici appartamenti, che componevano la palazzina,  otto erano occupati da meridionali e tutti dipendenti Fiat. Credo che l’essere dipendente del colosso d’Italia valesse come lasciapassare, ma nel dubbio…
     Alla Fiat si andava in camicia e cravatta: il  cambio avveniva dentro.
L’Avvocato ci teneva a  non avere un esercito di straccioni e perciò la massa che arrivava da tutto il meridione, ma anche dal settentrione povero d’Italia, si dovette adattare alle regole ottenendo in compenso vantaggi sconosciuti  altrove.
    Prima tra tutte la M.A.L.F. (mutua aziendale lavoratori fiat) con fior di medici e specialisti, cliniche private (dove nacquero i miei figli) colonie per i figli dei dipendenti e poi treni speciali per le vacanze, alloggi fiat ceduti in riscatto per un mensile inferiore ad un affitto, case di cura fiat per malattie professionali, centri per anziani fiat  ecc. e per dirla tutta mi piaceva far parte di questa moltitudine fortunata. In paese la mia famiglia si vantava di avere un figlio alla fiat, sinonimo di stipendio sicuro in primis e tranquillità di non vedermi tornare indietro per ricominciare tutto daccapo. L’unico forse a sperarlo era mio padre. 
        Conoscendo la tecnica della saldatura in tutte le sue varianti, mi cercai la seconda occupazione in un’officina di fabbro a 400 lire l’ora favorito dai turni che mi lasciavano mezza giornata libera. Lavoravo senza sosta e un giorno assistetti al pagamento di un cliente per un lavoro di circa due  ore, svolto interamente da me: mentre io avrei percepito ottocento lire, il titolare ne incassò tremila. Questo episodio mi aprì la mente verso le “politiche” del lavoro. Qualche tempo dopo cominciai a distribuire il mio biglietto da visita nei ferramenta, nelle cassette delle lettere e nei negozi.
    Da quel momento il mio secondo lavoro divenne secondo lavoro in proprio.   La mia specialità era la sostituzione e la riparazione di serrature, maniglie, chiavi (che facevo nella cantina)  spingi-porta, reggi-tende, riparazioni domestiche di ogni tipo. Un sogno irrealizzabile e irrealizzato è stato: aprire un negozio di ferramenta oppure una carrozzeria. Avessi avuto una spinta economica, o un incoraggiamento  (ma da chi se ero solo?) lo avrei fatto. Su mio padre, che avevo tradito, non potevo contarci né subito né in futuro.
    Divenni uno tra i più conosciuti del quartiere e non avevo tregua nemmeno nei giorni di festa. Bastava una serratura che si inceppasse, o l’anello della “madamin” scivolato nel lavandino per interrompere anche il pranzo di Natale o ritardare la partenza per le vacanze. Divenni famoso come “il duro della serratura”.
   Un giorno, finito il primo turno alla Fiat, andai a mettere delle barre per tende nell’alloggio di un palazzo che era stato consegnato da poco. Mirafiori, in quegli anni, esplodeva di cantieri che edificavano quartieri intorno all’immenso  stabilimento, circondandolo e scavalcandolo per chilometri. Un pullman, per dare l’idea, effettua decine di fermate sempre costeggiandolo.
   Finito il lavoro dalla signora, mi chiamò la vicina e dopo ancora un’altra vicina e, per non farla lunga, arrivai a casa alle 22. Avevo ospite mio suocero arrivato dal paese, e trovai padre e figlia sdegnati dal ritardo per la cena. Senza dire bèh, e con la faccia da colpevole,  prima di andare a farmi il bagno, svuotai il portafogli sulla tavola apparecchiata a festa, sì, perché quella era la sera di Natale. Sia mia moglie che mio suocero cambiarono subito atteggiamento. Avevo versato sul tavolo quanto metà stipendio in un solo pomeriggio (e vabbè più mezza serata). I soldi si sa sono l’unica, veramente  biologica e  veramente antica medicina senza effetti collaterali e senza rischio di assuefazione.
    Fu il mio primo clamoroso ritardo  al quale ne sarebbero seguiti molti altri, e anzi sarei arrivato in ritardo almeno otto volte su dieci. Mia moglie da un lato cercava di abituarsi, dall’altro, poverina, cominciava a dare segni di depressione per via dei bambini addosso ventiquattrore su ventiquattro, completamente sola che di più non si può (se ne liberò quando comprese che era un lusso che non poteva permettersi). E chi mi fermava! Giungere in ritardo divenne una consuetudine che degenerò  nell’audacia: dopo aver fatto una riparazione in un lussuoso salone d’auto, mi proposero, e fu per me un certificato di massima fiducia, di fare la guardia nel salone per una notte. Sentita la cifra in ballo, non me lo feci dire due volte. Trascorsi la notte sul divano di vera pelle nell’ufficio ben riscaldato del titolare, e all’alba tornai a casa. Dimenticavo: quella era la notte di capodanno.
     Mia moglie non ci faceva più caso, e se sì, pazienza, i bambini erano piccoli per dare importanza a certe “quisquilie” e nel frattempo i miei ritmi si erano chiariti e stabilizzati.
   In  dodici anni di Fiat, avevo fatto carriera nell’interno dello stabilimento passando dalle fonderie (lavoro da incubo che, quello sì, mi faceva venire in mente di tornare in paese) all’officina ausiliaria per operai di prima categoria (anzi prima super) e con lo stipendio niente male.
   Ma certe volte il destino…proprio quando avevo raggiunto il massimo della mia ambizione… 
   Mia moglie non ha mai lavorato per diversi motivi: uno tra i primi la mia mentalità paesana. Mi piaceva trovarla a casa al rientro e inoltre non avrei accettato di cucinare, e magari accudire i bambini e con ciò invertire i compiti…no! Non era da me. Ero troppo siciliano in questo, e per tanti aspetti lo sono tutt’oggi. Non mi vanto ma sto bene così. Sta bene anche lei perché non ha conosciuto e non sa cosa vuol dire avere un capo.  
   Calcolavo il mio secondo lavoro equivalente al secondo stipendio. Ero un lavoratore alacre, indubbiamente un uomo che acquistava giorno dopo giorno fiducia in sé, e sempre più convinto che  avrei potuto trasferirmi in qualsiasi parte del mondo con la piena convinzione di farcela. 
     Stando come stavano le cose, potevo partire alla conquista di una casa tutta mia: sottinteso senza comproprietari e senza amministratori,  ma in città potevo stare fresco. A Torino una casa indipendente può averla solo chi la eredita.      Grazie ad un ragazzo che lavorava con me, ne trovai una a 20 km di distanza, in un paesino in collina che, abituato in città, a prima vista sembrava fuori dal mondo e invece si sarebbe rivelato tutt’altro. Castagneto Po: un nome una garanzia.
   La casa era, in paragone all’alloggio di Torino, una reggia. Era nel centro storico, e, caso bizzarro, era in via Roma come quella del paese, situata su due livelli che con l’aiuto (fisico) di mio fratello e per una fedeltà tutta  carrapipana, oltre a ristrutturala cambiando la connotazione, aggiunsi il terzo piano con terrazza. Poteva mancare la terrazza? Naturalmente rispettando ogni normativa.
   L’unico neo in tutto questo era il lavoro. Mentre a Torino arrivavo alla Fiat in dieci minuti di bicicletta, ora ne occorrevano circa novanta (un’ora e mezza) con i mezzi pubblici, e altrettanto per tornare. Non per la distanza quanto per il traffico. Mi alzavo alle quattro e ogni tanto pensavo che a quell’ora, in paese, non mi ero alzato nemmeno quando c’era la mietitura.
   Appena trasferito nella nuova casa, mi guardai intorno in cerca di un locale d’incontro. Insomma cercavo “la società”. Trovai una trattoria che poi scoprii essere storica nel complesso e molto frequentata, e da lì cominciò il mio insediamento nella comunità. Come? Dicendo che sapevo fare questo e quello e per ovviare al pregiudizio verso i meridionali, scherzai subito sul mio essere “un napuli” ma siciliano, mafioso, con la lupara in tasca, geloso, arrivato con la valigia di cartone e  tutti gli altri luoghi comuni che purtroppo ci accompagnano in ogni luogo.  Sembra una barzelletta ma funzionò bene da subito. Loro si divertivano ed io li prendevo in giro. Fu la vera soluzione. La diffidenza che riguardava i meridionali qua si notava più che in città. Il paese di solo ottocento abitanti non aveva ancora meridionali nella sua anagrafe, se non qualche raro componente (o solo il marito o solo la moglie).  Noi,  meridionali entrambi, causammo un serio interrogativo: 
“A sun napuli né?”  (sono meridionali né?) “ Uh basta là! Suma a post!” (oh santo cielo! Siamo a posto!) “A sun tan giùu e a lan già dui cit. Ma speruma almen ca sian brav” (sono tanto giovani ed hanno già due bambini. Speriamo che almeno siano bravi!) “ Speruma si” (speriamo sì) “Ciarea né?”  (Ciao né’)
     Ora che vivo qua da quasi quarant’anni capisco perfettamente il loro timore: avendo saputo che eravamo siciliani, magari temevano di trovarsi davanti ad un potenziale mafioso, o figlio di mafioso, pentito, latitante, killer dalla faccia d’angelo ecc. proprio come oggi istintivamente, pensiamo altre cose, ma altrettanto poco rassicuranti, degli stranieri. Fino a prova contraria, s’intende. 
    Io sapevo che la mia prova contraria l’avrei esibita con il mio lavoro e l’onestà che in casa mia era stata, ed era, la priorità assoluta. Dovevo solo avere pazienza qualche anno. Nel frattempo diveniva sempre più nitida la consapevolezza che l’essere meridionale al nord equivale a essere italiani subito dopo la frontiera. Né una virgola più, né una virgola meno. Basta andare in gita oltre frontiera e, siciliano o valdostano, sei comunque Italiano e per questo trattato con sufficienza non solo dal barista ma persino dall’inserviente dell’autogrill: come da Valguarnera a Enna, da Enna a Roma, da Roma a Milano, da Milano a Parigi e così, di parallelo in parallelo, fino a Capo Nord e chissà se anche oltre!
    A me non ha mai procurato alcun sentimento, prima perché seguivo la mia strada e avevo ben altro a cui pensare, secondo perché ero utile, per non dire indispensabile, alle loro necessità. Con diffidenza mi fecero fare i primi piccoli lavori. La voce si sparse in pochi giorni e i più restii li aspettavo al varco: prima o poi, volenti o nolenti, avrebbero composto il mio numero. In meno di due anni varcai la soglia di tutte le case e le ville del paesetto, mi inoltrai nelle borgate e nei cascinali più reconditi. Finché non arrivarono i grossi lavori che oltre agli imprenditori del paese e dintorni, mi commissionavano quelli di Torino, per non dire dell’amministrazione comunale che cominciò ad affidarmi tutti i lavori pubblici del paese: recinzioni, lampioni, cassonetti, interventi nella scuola, nell’asilo, nella chiesa, nel cimitero, nell’ambulatorio, nella piazza, nel campo bocce, nel campo di calcio, da tennis ecc. Tutto ciò che era ferro, e dopo anche alluminio, era nelle mie mani. Ricordo che per questi impegni limitavo anche le vacanze in paese. Mi bastava vedere i miei, stare con loro qualche giorno e poi via: tambasiàr a vuoto, canale e castello, mentre la mia officina era chiusa non lo sopportavo.   
    Tre anni dopo, diedi con gioia l’addio alla Fiat, al viavai con i mezzi pubblici, alle alzatacce mattutine e soprattutto alla  cartolina. Quella da bollare entro e non oltre, pena la multa. Una conquista che valeva tanto quanto la cartolina del militare. Malgrado il pessimismo degli amici, che mi scoraggiavano nel lasciare il certo per l’incerto, la mia officina ha sempre lavorato a ritmo incessante. Mia moglie mi faceva da segretaria, riceveva le telefonate, mi programmava gli appuntamenti, se la vedeva con banche, fornitori, clienti, commercialisti e con tutto il doloroso ingranaggio burocratico-amministrativo senza dimenticare l’impegno di tre figli totalmente sulle sue spalle. Siamo stati “il braccio e la mente”: io il motore, lei i comandi.  
   Il paese che sembrava “fuori dal mondo” in realtà mi ha dato ciò che la grande città non mi avrebbe dato, prima fra tutte l’identità: io ero “il frè”,(il fabbro) mia moglie era “la fumna del frè”, (la moglie del fabbro) i miei figli “i cit del frè”, (i figli del fabbro). Il mio nome e il mio numero di telefono erano su tutte le rubriche di tutti gli abitanti sotto la voce “pronto intervento”. Per loro ci sono stato ad ogni ora del giorno e in caso di emergenza anche di notte. A Torino ero il “duro della serratura” ma a Castagneto sono arrivato nell’olimpo: qua sono stato “santo Arena”. C’è una canzoncina dello zecchino che fa: “Sono il fabbro del paese tutti sono amici miei”…La bottega di un artigiano è sempre luogo di  r’cùngul. E la mia, meridionale o no, lo era.  “Questi meridionali non sono come gli altri meridionali, sono diversi, anzi non sembrano nemmeno siciliani.”, era il giudizio di tutti i castagnetesi.  Ma noi non lo abbiamo dimenticato e anzi la prima cosa che mettiamo in evidenza è proprio la
nostra sicilianità con tutti i pregi e tutti i difetti: prendere o lasciare. Qualcuno dice che ho migliorato la vita di questi abitanti perché prima di me avere un fabbro per una riparazione voleva dire disagio, attese, costi. Se si trattava di una saldatura o l’apertura di una porta io non mi facevo neanche pagare, ma in compenso giungevano omaggi superiori al lavoro, per non parlare di ciò che arrivava a Natale.  
    Adesso gli abitanti a Castagneto sono (purtroppo) più che raddoppiati, ma grazie a questo paesino a 473 sul livello del mare, dove trascorreva le vacanze estive Luigi Einaudi, a due passi da una riserva naturale  con abeti e querce secolari, con cinghiali scoiattoli e habitat naturale da favola, ho trovato la mia ideale dimensione, il luogo per le partite a carte, per le gare a bocce, per organizzare le ricorrenze, le feste paesane, dove all’occorrenza facevo il  pompiere volontario e dunque protezione civile, dove sono socio della bocciofila, della società di mutuo soccorso, degli alpini, della pro-loco, delle associazioni in generale, persino dei combattenti per puro spirito di partecipazione: dove si creava un vuoto c’era sempre Arena che lo colmava.
    Qua ho sentito il suono delle campane dopo tredici anni (di città), ho rivisto e partecipato ai funerali, ho rivisto le spose in chiesa, la banda che avevo dimenticato e quella socializzazione che in città non esiste. Ho  visto case patrizie, ville eleganti, persone intellettuali, ricchi da generazioni, personaggi famosi, e via di questo passo. Ci siamo dati del tu col sindaco, col medico, col parroco e con l’aristocratico. Ho conosciuto e frequentato, per lavoro, veri signori  estremamente alla mano, con una gentilezza e un distacco dalla loro posizione sociale da annullare ogni soggezione e ogni timidezza. Lontani una galassia dalla superbia che, almeno quando ci vivevo io, ostentavano i nostrani uscieri, vigili, custodi o semplici impiegati, nel nostro paese.         
      Oggi, ripercorrendo la mia vita, mi sento realizzato e dunque un  viddano rinisciutu,  come non avrei potuto, osservando molti esempi nel nostro panorama, con un diploma o una laurea. Se mi manca Carrapipi? No! E non solo per il lavoro che non c’era, ma per tanti altri motivi che non potrei più tollerare: prima fra tutte la spirtizza che alla fine vuol dire altro, dalla quale pochi si differenziano, e che è stata la causa principale del mio disamore.
    E per dirla, o cantarla,  alla Gaber “Io non mi sento siciliano ma purtroppo e
per fortuna lo sono”.