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COME UN GIOVANE VIVE IL PARTITO DI PANZIERI IN SICILIA

 

Il mio primo contatto col partito avvenne a Catania nella pri­mavera del 1949 attraverso la battaglia all’università alla quale mi ero iscritto l’autunno precedente.

  Nasceva in quei mesi a Catania una nuova organizzazione di studenti chiamata “Comitato Laico Universitario”. Mediante i contatti con questa organizzazione conobbi Domenico Rizzo (uno dei fondatori del Clu) e Luigi Nicosia, che erano l’anima degli studenti socialisti. Fu amore a prima vista: poche settimane dopo avevo la tessera del Psi, e con il Comitato Laico occupavamo l’università. Così iniziava la mia militanza politica.

  Già durante i primi mesi di frequentazione del partito sentivo favoleggiare di un professore socialista dell’Università di Messina che la mattina alle quattro occupava le terre e alle dieci entrava in aula ad insegnare: Raniero Panzieri.

Qualche mese dopo lo incontrai a una riunione, credo a Palermo, in preparazione del Convegno di Siracusa. Il suo fascino conquistò me e altri giovani catanesi. Nei due giorni di riunione Panzieri ebbe colloqui singoli con alcuni di noi. Nella mezz’ora del mio, mettendomi a completo agio, riuscì a sapere tutto di me: la breve storia personale, gli studi, le origini e l’ambiente sociale dal quale venivo, la brevissima esperienza di lotta all’Università, cosa pensassi e come mi trovavo con il gruppo di compagni. Mi fece una raccomandazione: non perdere mai i legami della mia origine con braccianti e zolfatari.

   Questa era una delle sue grandi capacità: creare nell’interlocutore l’interesse per l’analisi politica, l’entusiasmo per l’attività e la militanza di partito.

  Per un gruppo di noi, studenti e artigiani, da quel giorno ci fu una ricerca permanente delle occasioni di incontro con Panzieri, perché ogni volta ci arricchiva di concetti che sono rimasti patrimonio di ognuno per la vita: costruire un partito di classe impegnato al conseguimento dell’unità nella lotta, l’impegno dello stes­so nella attività di massa, i valori dell’autonomia siciliana.

   In quel periodo l’impegno di Panzieri era rivolto alla ristrutturazione, cioè a garantire ad ogni provincia un gruppo dirigente che si dedicasse alla costruzione di un partito impegnato nel territorio, nelle organizzazioni di massa e non solo nelle campagne elettorali (anzi nelle campagne per le preferenze!).

   Così negli ultimi mesi del 1950 iniziò un movimento di qua­dri: le prime federazioni ad essere interessate furono Catania, Enna e Siracusa. Si trattava sempre di quadri giovani che andavano ad impegnarsi per la prima volta in responsabilità primarie organizzative e politiche che la maggior parte delle volte si scontravano con i vecchi notabili.

Questa azione consapevole e coraggiosa aveva come ispiratori Morandi a Roma e Panzieri in Sicilia. Proprio la statura di questi due compagni consentì che in quasi tutte le federazioni il radicale cambiamento dei gruppi dirigenti avvenisse senza traumi tranne qualche scaramuccia a Ragusa e Catania. In queste province, con qualche espulsione, si crearono le condizioni per un rilancio del partito e della sua azione di massa, gettando anche i presupposti di notevoli avanzamenti elettorali.

  Ognuno di noi, man mano che trascorrevano i mesi, prendeva coscienza di trovarsi a partecipare a qualche cosa di esaltante. Innumerevoli aspetti dell’attività venivano qualificati. Il gruppo di giovani di Catania, che per mesi era stato impegnato all’interno del partito nella “lotta all’opportunismo” contro i notabili che vivevano il Psi come strumento per la loro elezione e rielezione1, nel giro di pochi mesi si ritrovò completamente impegnato nella lotta dei braccianti di Librino (periferia città) o di Ramacca, degli agrumai di Adrano, Palagonia e Scordia o con il personale dei tre ospedali cittadini in sciopero! Non c’era incontro con Panzieri nel quale tutte queste esperienze non fossero oggetto di analisi, critica e incoraggiamento.

            Quei ragazzi crescevano molto in fretta e con loro anche il partito di Panzieri cresceva e si sviluppava, chiedendo sempre più quadri. Fu così che nel giugno 1951 venne a Catania per chiedermi se ero disponibile ad entrare nell’organico del partito. “A Siracusa, da poco meno di un anno, abbiamo incominciato un’azione di organizzazione e rilancio del partito. Il compagno che abbiamo mandato deve tornare a Trapani. Tu potresti sostituirlo. Te la senti di andarci?”

  Avevo già imparato che gli impegni nel partito erano cosa molto seria e che, una volta presi, non potevano essere elusi.

  Siccome lo spostamento implicava lasciare Catania ho dovuto informare i miei genitori. Papà, rappresentante della piccolissima borghesia della provincia di Enna, protestò contro questa prospettiva perché avrebbe annullato ogni programma di laurea, avrebbe fatto finire nel nulla anni di sacrifici per farmi studiare e infine “non ammetteva ‘comunisti’ a casa sua” (meno di un anno dopo avrebbe cambiato idea facendo la felicità della mamma la quale, in quell’anno, mandò a Siracusa tanti emissari segreti per controllare se stavo bene e … sempre con un po’ di soldi!).

  Sta di fatto che questo ragazzo, il quale sino a meno di tre anni prima, aveva girato per collegi e convitti, ora diventava “rivoluzionario di professione”. A 22 anni non ancora compiuti, Raniero mi mise in mano 15.000 lire e il 14 luglio partivo per Siracusa (le seconde 15.000 lire riuscì a darmele in novembre!).

  Oggi in piena serenità, divenuto padre e nonno, posso affermare di non essermi mai pentito di quella scelta. So, altresì, che questo giudizio su un tempo ormai tanto lontano, lo devo alla giustezza di una politica condivisa, al clima fraterno e amichevole del gruppo di “ragazzi di Catania” nel quale è maturato e alle condi­zioni generali e particolari del partito, create da uomini della statura di Morandi e Panzieri.

  Fu quello l’inizio di una serie di esperienze che mi arricchiro­no moltissimo. Panzieri era sempre sullo sfondo a vigilare sui “suoi giovani”. Nel 1952 venni spostato alla federazione di Enna, con Michele Russo segretario (il mio dirimpettaio nella federazione del Pci era Napoleone Colajanni. Questa circostanza mi portò ad occuparmi del partito nella mia Valguarnera Caropepe, dove intan­to era giunta notizia della mia presenza sulle piazze di Taormina, di Ragusa e del catanese per avere accompagnato Emilio Lussu in un giro di comizi in tutta l’isola. Panzieri, nell’affidarmi quell’incarico, mi aveva detto “Hai una grande responsabilità, perché Lussu è una delle cose più preziose del partito”.

Sempre con la sua eleganza di modi e la fermezza nel conse­guimento degli scopi, mi ricordò che l’incarico in provincia di Enna doveva essere l’occasione per stabilire rapporti “politici” con la realtà sociale del mio paese di origine e cambiare “l’osservazione romantica” che ne avevo fatto prima di andare all’università.

In quel periodo gli zolfatari erano in lotta e le sezioni locali del Psi e del Pci chiesero alle rispettive federazioni di mandare me a fare un comizio. Erano altri tempi: un’ora prima del comizio i lavo­ratori interessati, con la banda musicale in testa, giravano per il paese in corteo per invitare i cittadini ad andare al comizio. Quella volta la curiosità di ascoltare “un ragazzo dei nostri” fu tale che la piazza si riempì fino all’inverosimile e tutti i balconi prospicienti erano affollati di donne (le manifestazioni politiche di piazza erano riservate agli uomini!). Il comizio fu un enorme successo. Moltissime persone, di tutte le parti politiche, sfollando dalla piaz­za passarono dal negozio di papà congratulandosi per il figlio. Da quella sera tornò la pace in famiglia.

Ho voluto raccontare l’episodio perché mi rivelò quanta uma­nità ci fosse in quel trinariciuto dirigente di un partito marxista. Infatti Panzieri, che sapeva dei miei rapporti con la mia famiglia, una volta informato dell’episodio, sponte sua, scrisse una lettera ai miei genitori come a rassicurarli che “la vita di partito conservava tutto il buono che c’era nel ragazzo”. Allora non mi resi conto di ciò che rappresentò per i miei quel documento “scritto da un professore universitario” che, negligentemente, non l’ho conservato.

Il 9 giugno di quell’anno vi furono le elezioni comunali nel paese e le due sezioni mi chiesero di mettermi in lista e venni elet­to consigliere comunale. Non ho onorato molto quel mandato, anche perché entro l’anno sono andato via da Enna, ma so che in quella veste ho dato un contributo per portare su un piano politi­co il rapporto con la Democrazia cristiana del luogo che, sino ad allora, era stato fatto di anatemi e insulti reciproci. In un’azione come quella fui aiutato dall’influenza di Raniero su di me e dalla presenza di Carmelo Giarrizzo, un artigiano di grande acume politico che dirigeva la locale sezione Dc.

Intanto il Partito in Sicilia si poneva un tema di grande delica­tezza e impegno: il sindacato e le organizzazioni di massa.

Nel marzo del ‘52 indisse un convegno regionale a Catania con la presenza di Morandi. Da quel convegno, in tutte le provin­ce si incominciò a fare, sopratutto nella Cgil, la stessa operazione dì quadri che, da quasi due anni, si stava facendo per il partito.

A Enna ormai vi erano le condizioni per non richiedere più quadri esterni, perché i dirigenti locali erano diventati autosuffi­cienti. Io fui mandato alla federazione di Palermo. Fui molto con­tento di quello spostamento perché intanto Panzieri e la famiglia si erano trasferiti da Messina a Palermo e qui, oltre che del regionale, si occupava molto della federazione.

Sull’onda delle indicazioni del convegno di Catania, anche a Palermo vi era un forte rafforzamento della corrente socialista nella Camera del lavoro e nell’Associazione contadini e il partito si attrezzava per sostenere questo impegno. Io fui chiamato nell’ese­cutivo quale responsabile della Commissione sindacale.

Vissi un’esperienza di grandissimo interesse perché per la prima volta incontrai la classe operaia, quella con la tuta blu. Avevo conosciuto i minatori, i braccianti, anche gli infermieri: ma lì ai cantieri navali di Palermo, c’erano gli operai metalmeccanici. Quell’anno la sezione del Psi dei cantieri colse la campagna per rinnovo delle commissioni interne come momento per moltiplica­re la propria attività. Per la prima volta indisse assemblee di operai per reparto (tutti gli operai, non solo i socialisti) a sostegno dei propri candidati. Ma quella volta non in concorrenza con il Pci perchè illinguaggio e la politica dei socialisti erano unitari.

Non ho tenuto documenti, ma so che quell’anno i commissari Cgil aumentarono di alcune unità. Fu un’esperienza che mi servì moltissimo, qualche anno dopo, quando fui impegnato nelle lotte delle fabbriche del Nord.

In quell’anno, il 1953, vi furono le elezioni politiche generali con un preciso programma: impedire che scattasse la legge truffa. Anche a Palermo tutti i quadri vennero impegnati in quella campagna e a me fu affidato l’incarico di curare una parte della propaganda: coordinare la presenza di oratori socialisti nei comizi di tutta la provincia. Fu una fatica immane. Con me collaboravano compagni. C’era un’altra persona che ci seguiva con assiduità. All’inizio incuriosita da questa quadratura del cerchio da ottenere ogni settimana; alla seconda settimana restò coinvolta nel lavoro e non la perdemmo più per tutta la campagna. Si trattava di Pucci Panzieri. [la moglie di Raniero, ndr]

Curare i comizi per tutta la provincia implicava anche occu­parsi di quello di Nenni a chiusura della campagna a Palermo. Da più parti veniva raccomandato che doveva essere una manifesta­zione imponente e molto partecipata, tale da qualificare tutta la campagna “antitruffa” del Psi.

Negli ultimi tre giorni non c’era tempo neanche per dormire: in città bisognava garantirsi che da tutti i quartieri e da tutte le fab­briche venisse gente al comizio. Dalla provincia ci dovevano essere compagni che venivano da Nenni, ma bisogna assicurare anche la riuscita dei comizi di chiusura in ogni comune.

Finalmente arrivò il giorno liberatorio. Ore 11, Piazza Politeama. E una piazza molto grande, proprio grandissima. Già alle 10,30 era completamente piena. Un pullman (esperienza fatta per la prima volta) di compagni provenienti dalle Madonie non riuscì ad entrare in piazza. Solo quando Nenni cominciò a parlare e i boati della folla sottolineavano i primi passaggi del discorso, in tutti noi si allentò la tensione. “Noi abbiamo fatto la nostra parte, ora è problema suo. Sappiamo, però, che lui questa cosa la sa fare.” Anche quella volta incantò quell’immensa piazza!2

Conclusa positivamente la campagna elettorale si tirarono i remi in barca e fu rielaborata la sistemazione di alcune federazioni tra le quali Catania. Panzieri restò segretario regionale, ma si trasferì Roma, Libero Lizzadri andò da Catania a Palermo come vice segretario regionale, Luigi Nicosia divenne segretario di Catania.

Dopo questo ulteriore movimento di quadri, si constatò che a Catania era sempre aperto il problema della Camera del lavoro, dove in segreteria c’era un vecchio compagno con una presenza molto formale. In questo quadro, durante un incontro a quattro con Panzieri, Lizzadri e Nicosia, venni indicato come il soggetto doveva tornare a Catania con il programma di passare al sin­dacato. Considerai che, se la richiesta/proposta veniva da questi compagni, non potevo che accettare. Posi però una condizione: non avendo alcuna esperienza diretta di attività sindacale, prima di iniziare un’operazione di questa portata, avrei dovuto fare l’espe­rienza che mi mancava. Panzieri capì il tipo di problema che pone­vo e s’impegnò a studiare a Roma la questione per verificare come affrontarla in concreto. Qualche tempo dopo ci comunicò che un luogo adatto poteva essere Verona dove c’era una forte federazio­ne Psi e il nostro compagno della segreteria della Camera del lavo­ro stava lasciando quella provincia per andare alla Cdl di Firenze.

Approdo a Verona. Dove, per colmo dei colmi, in quel momento il sindacato è impegnato in una grossa lotta bracciantile. ­C’era una grandissima proprietà terriera a Gazzo Veronese, ai con­fini con la Lombardia, di proprietà della Cassa di Risparmio, con varie migliaia di braccianti e mondine. Il sindacato in questa azien­da funziona, è organizzato come in una fabbrica. Appunto per que­sto la banca vuole smembrare l’azienda, venderla a pezzi per div­idere i dipendenti e separare le mondine dai braccianti, separare lavoratori che dormono in provincia di Mantova da quelli che dormono in provincia di Verona, insomma una serie di separazioni capaci di far venire meno l’antica unità aziendale, ottenere tante aziendine che per il sindacato sarebbero diventate altrettante debolezze. La lotta in quei tre mesi fu dura, generale ed efficace, tanto che si concluse senza alcuna vendita. Ma l’anno successivo lo smembramento venne attuato ugualmente. Un po’ di anni dopo, in treno, incontrai il vice presidente della Banca, iscritto al Psi, che mi confidò come l’operazione era stata eseguita: formalmente furono fatte quattro vendite, ma la proprietà generale era rimasta una sola. Forse era più coerente il Psi siciliano, il quale non so se avrebbe mai accettato di reggere il sacco alla Banca/Padrone!

Dopo sei mesi trascorsi a Verona, torno a Catania e nel giro di qualche mese, viene attuato il programma. Vengo cooptato nell’organo dirigente della Camera del Lavoro e da questo eletto in Segreteria. Da quel momento nell’organico della Cdl i socialisti diventano cinque: uno in segreteria, due alla Federbraccianti e due all’Inca.

Segue un felice periodo di collaborazione con la federazione del Psi. Cresciamo tutti, sia il partito, sia la corrente. Segretario regionale della Cgil è Emanuele Macaluso, che segue con interesse il crescere dei socialisti nel sindacato tanto che, al successivo con­gresso nazionale della Cgil, il IV che si tiene a Roma al Palazzo dei Congressi, propone il mio nome e vengo eletto nel comitato diret­tivo nazionale (segretario è Di Vittorio). Anche quella è un’espe­rienza esaltante. Qualche mese dopo incontro Panzieri, il quale è contento di come va questa mia nuova avventura e raccomanda di non montarmi la testa. Io penso di non essermela montata, ma certo esistevano tutte le condizioni perché ciò avvenisse.

Cresce la presenza socialista in tutte le categorie della Cdl, lavoriamo in piena collaborazione con Nicosia e tutto il gruppo dirigente della federazione.

Da lì a un anno ci saranno le elezioni comunali a Catania e secondo la recentissima tradizione, Nicosia convince i diligenti della federazione che dobbiamo rinnovare anche il gruppo del Psi in consiglio comunale. Nel 1956 eleggiamo consiglieri comunali di Catania Luigi Nicosia e il sottoscritto.

È l’ultima grande operazione che vivo nel partito di Panzieri in Sicilia.

Continuando questa militanza itinerante, qualche tempo dopo vado alla segreteria della Camera del lavoro di Vicenza, (lotte memorabili alla Marzotto, nei sette stabilimenti Lanerossi, nei quat­tro della Elettromeccanica Pellizzari). In questa veste, nel 1958, assieme al Segretario della Cdl di Bologna e ad un compagno di Firenze, sono il componente socialista della prima delegazione uffi­ciale della Cgil che a Budapest visita i sindacati ungheresi dopo i fatti del 1956. Al rientro in Italia, sui lavori di quella delegazione ho avuto uno scontro durissimo con un notissimo dirigente nazionale del partito, ora defunto. Constato che il Psi è ormai cambiato: Morandi è morto, Nenni incontra Saragat a Pralognan , Panzieri è statospinto fuori dal partito e sta facendo i Quaderni rossi. Io conti­nuo ad essere itinerante.

Nel 1960 vado alla Cgil nazionale sino al 1963, anno in cui, per insistenza dei compagni del luogo, lascio il sindacato e torno al par­tito a Vicenza.

Nel 1964 il Psi si divide e nasce il Psiup con Vecchietti, io vi aderisco con il 70% o dei compagni e il 95% dei quadri sindacali di tutti i livelli.

Ma la battaglia per la nascita del Psiup, come, lo stesso a (sempre da itinerante) la prima campagna elettorale della Regione Friuli Venezia Giulia (conclusa con l’elezione del consigliere Psiup), sono le ultime vissute con passione.

Nel 1967, deluso dal modo di essere di questo partito, con grande e struggente nostalgia dei primissimi anni ‘50, lascio il partito e intraprendo l’attività del piccolissimo imprenditore.

 

Note:

 

1.Ricordo un aneddoto: al convegno di Siracusa con Morandi del maggio 1950 (convegno che rimarrà famoso per i suoi contenuti politici e le fondamentali indicazioni organizzative) dura una pausa dei lavori fu organizzata una visita al museo e Latomie. Qui quando Morandi arrivò all’orecchio di Dionisio, un gruppo di noi andò ad appostarsi nel punto adatto e sussurrando invocò l’aiuto di Morandi contro gli opportunismi e i curatori di clientele. Quel sussurro, per effetto dei secolari meccanismi acustici del luogo, giunse alle orecchie di tutti come la invocazione tonante di una divinità.

2. Ricordo un altro aneddoto: dopo il comizio, invece di andare al ristorante, la Pucci aveva preparato un pranzo a casa sua. Una tavola imbandita per una quindicina di persone (ancora non stato inventato il catering, perciò tutti i piatti erano stati preparati da lei (c’erano sempre tante patate nella sua cucina!). È facile immaginare che presto la conversazione diventò di alto valore politico, ma siccome da tre giorni non dormivo, tra una portata e l’altra, in quel quadrato di tavola imbandita, sono crollato dormendo malgrado l’autorevolezza dei commensali. Raniero, aiutato da un compagno mi ha accompagnato sul suo letto: ho dormito per quattro ore!

 

(da “Raniero Panieri, un uomo di frontiera”, a cura di Paolo Ferrero, Milano, 2005)