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GROTTACALDA E VALGUARNERA NEL RICORDO DI UN RAGAZZINO CHE DIVENTERA’ UN GRANDE SCRITTORE

[Siamo nel 1932. Leonardo Sciascia, dopo la quinta elementare, va a bottega da un sarto. Decide però di continuare gli studi. Prima dell’inizio del nuovo anno scolastico, lascia Racalmuto per andare a passare un mese con suo padre che lavora nella miniera di Grottacalda. E.B.]

Ero stucco di stare ad apprendere l’arte del sarto. Mi venne l’idea che avrei potuto farcela, a studiare. Feci l’esame di ammissione, fui promosso. E per un mese me ne andai da mio padre, che era impiegato in una zolfara. Mi piaceva l’odore dello zolfo, me ne stavo in giro tra gli operai, guardavo lo zolfo scolare come olio dai forni, si rapprendeva dentro le forme, le balate gialle venivano poi caricate nei vagoncini, fino alla piccola stazione tra gli eucalipti. Ogni sera guardavo salire il trenino, strideva ingranando nella grimagliera; mi incantavano i suoi terrazzini dove i ferrovieri stavano a discorrere con le donne, la lenta ascesa tra gli alberi.

Il paese era distante dalla zolfara; il paese di Francesco Lanza, ma allora non sapevo di Lanza, leggevo Hugo e Dumas padre. Un pomeriggio di domenica mio padre mi lasciò andare in paese in compagnia di un capomastro, gli operai mi fecero festa, vollero che prendessi gelati e dolci. Se ne stavano, indomenicati nei loro vestiti scuri, a sedere fuori della stanza terragna che era il loro circolo o, come si diceva, dopolavoro. L’indomani li avrei rivisti nella zolfara con pezzi di copertone legati ai piedi, il pane scuro – mangiavano pane e coltello – dicevano, come dire che mangiavano solo pane, al massimo l’accompagnavano con l’acciuga salata o con un pomodoro.

Leonardo Sciascia, “Le parrocchie di Regalpetra”, Bari, 1963