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ROSSO SUL LAGO

INFANZIA NELLA ZOLFARA

copertina_G_LanzaA Grottacalda passai buona parte della mia infanzia. Di quegli anni lontani ho il ricordo di qualcosa di sommamente strano e ricco e colorito. L’ampia conca in cui giace la zolfara, al sommo degli Erei, chiudeva per i miei occhi di bambino un mondo assai diverso da quello del mio paese nativo, che pure era vicino. Le stagioni non avevano in quella conca i segni fastosi o desolati che s’avvicendavano nelle terre circostanti. Non c’era d’inverno il bruno cupo della terra nuda e gli scheletri nerastri degli alberi spogli; di primavera non vi sbocciavano le nuvole odorose dei frutteti in fiore, né di prima estate vi ondeggiavano le messi. In quella conca dominavano in tutte le stagioni due colori, il grigio ed il giallo, ora. divisi, ora fusi. E d’inverno c’era una chiarità irreale, d’estate un incessante barbaglìo di fiamma. Anche la gente che viveva nella miniera era diversa da quella dei paesi vicini. Non parlo degli zolfatari, che pure rispetto ai contadini degli stessi paesi parevano, e si vantavano d’essere, di altra razza; parlo soprattutto delle persone della direzione, degli uffici, delle macchine. C’erano molti siciliani, ma c’era anche gente che veniva da ogni parte d’Italia, e conservava, sin dove era possibile gli usi cittadini, agevolata dalla gentilezza ospitale che trovava tra quei creduti “selvaggi” e dagli agi che per quella epoca e quei luoghi erano davvero prodigiosi: luce elettrica in abbondanza, telefono nelle case, grandi stufe invece di scaldini, e persino, lusso estremo, una fabbrica di ghiaccio. Ne risultava una vita più sciolta e più vivace di quella che si conduceva nel resto della provincia. Della zolfara noi bambini non vedevamo che gli aspetti più dilettevoli. Vivevamo come in una favola. Era bello avventurarsi per i sentieri incavati nello sterro rassodato, varcare i rigagnoli rossastri e oleosi che la centrale elettrica diramava tutt’intorno, seguire i binari su cui correvano i vagoncini carichi di grandi forme gialle. Ancor più bello era gareggiare col capriccio del vento per sfuggire al fumo mordente dello zolfo in combustione e giungere nella zona incantata dei forni e dei “calcaroni”, dove pareva di camminare su vetro giallo macinato. Ci fermavamo davanti alla “morte” di qualche “calcarone”, dove lo zolfo colava come olio; riempivamo di quell’oro bollente le formelle che gli zolfatari compiacenti e fantasiosi allestivano per noi; ed era poi una festa trarre da quelle formelle aurei cavalli e cervi ed animali immaginari. Il pesante mantello di incerata, la grossa lanterna ad acetilene e il bastone col puntale di ferro che servivano a mio padre per le periodiche ispezioni nelle gallerie sotterranee promettevano alla mia fantasia. un mondo ancor più bello e misterioso. Non riuscivo a spiegarmi perché di solito mio padre tornasse da quelle ispezioni con un che di tetro in viso. Sognavo ad occhi aperti di poter entrare con lui nell’enorme gabbia metallica che sprofondava nel “pozzo grande” tra strepito di motori e trillare di campanelli. Se tal sogno non si fosse realizzato, chissà che ricordo di regno fatato serberei della zolfara. Ma si realizzò. E fu quando venne per me il tempo di lasciare la miniera per iniziare gli studi in città. Mio padre mi annunciò che alla vigilia della partenza mi avrebbe condotto giù “per farmi vedere dove sarei andato a finire alla prima bocciatura”. Non compresi, tanto grande era la mia contentezza. Non facevo che provarmi e riprovarmi la mantellina d’incerata preparata per 1’avvenimento. Quando entrai con mio padre nell’enorme gabbione, con la mantellina che mi arrivava ai piedi ed il cappuccio sin sopra agli occhi, ero fuori di me dalla gioia. Non riuscivo a capire 1’esortazione di mio padre a non aver paura. Capii, o meglio non capii più nulla quando sprofondammo nelle tenebre e su noi si riversò il diluvio fragoroso di quelle acque di cui tante volte avevo sentito parlare con apprensione: acque che avrebbero allagato in poche ore tutta la miniera se le pompe si fossero fermate. Mi aggrappai alle gambe di mio padre, col cuore in gola e la testa incurvata. Dopo un poco mi sentii trascinare fuori della zona del diluvio. Uno spettacolo meraviglioso si presentò ai miei occhi: una prospettiva di gallerie trapunte di lampadine elettriche. Non so quante in realtà fossero, ma mi parvero innumerevoli. Forse a farmele apparire tali contribuì l’effusione di allegria che la mia presenza destò nella gente che subito ci fu intorno. Mi sentii come ubriaco, felice e smarrito insieme. Non so come mi trovai su un vagoncino che correva su un lucido binario. Lo stridere delle ruote risuonava nella galleria come l’eco di mille voci allarmate. Poi a poco a poco il vagoncino rallentò la corsa e infine si fermò dolcemente. Da lì bisognava proseguire a piedi alla luce di lanterne. La galleria si faceva come una lunga grotta con le pareti e la volta tutte sporgenze e rientranze. Rade lampade ad acetilene la illuminavano fiocamente. Io camminavo a capo chino, attento a dove mettere i piedi, ché il suolo non era livellato. Ad un tratto mio padre mi prese il braccio. “Vedi?”, disse con voce grave. M’accorsi allora di una fila di ragazzi che andavano in direzione opposta alla nostra con le spalle piegate dal peso di tozzi corbelli colmi di pietrame gialliccio. Qualcuno portava la camicia, qualcosa che assomigliava alla camicia, ma la maggior parte era a torso nudo, con uno straccio a mo’ di cuscinetto sull’omero che reggeva il peso. Braccia, spalle, visi erano dello stesso colore del pietrame. Andavano in silenzio, ma s’udiva il loro respiro faticoso. Non so dire quello che provavo: un tremore profondo, un senso oscuro di terrore e di vergogna. Il cammino si faceva sempre più difficile, la luce più fioca, l’aria più calda e acre e polverosa. Suoni cupi s’udivano, di voci e colpi che parevano scaturire dalla roccia. Finalmente giungemmo alla sorgente di quei suoni: era il fondo della galleria, dove si scavava col piccone. C’era un caldo soffocante. La polvere sollevata dallo scavo formava una caligine densa che faceva vedere appena le lanterne. I picconieri erano quasi del tutto ignudi. Quando s’accorsero della presenza di mio padre e mia sospesero il lavoro; vidi ch’erano bagnati come se fossero appena usciti dall’acqua: grondavano sudore. Nella scarsa luce il sorriso con cui accompagnarono il saluto, un sorriso ch’era di rispetto affettuoso, mi apparve come una smorfia inumana. A una parola del capociurma ci voltarono le spalle, e i picconi tornarono a sollevarsi sulle teste chine; nuova polvere si levò nell’aria greve. Mio padre mi lasciò la mano per prendere un foglio che il capociurma gli porgeva. Intanto la fila dei “carusi” tornava per il nuovo carico. Udii una voce lievemente roca e inespressiva: “È il figlio di don Giovanni”. Queste semplici parole, che di solito mi davano un senso vago d’orgoglio, mi fecero trasalire come per il bisogno di spiegare qualcosa di molto importante, ma non sapevo che cosa. Restai lì, fermo, in preda all’affanno, con gli occhi offuscati, sin che mio padre mi riprese la mano. Quando riemergemmo alla gran luce meridiana il mondo per me era mutato. Giuseppe Lanza, Rosso sul lago, Cappelli, 1955