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IL NATALE A VALGUARNERA

Bisognerebbe poter tornare bambini, per rivivere fino in fondo l’atmosfera del Natale.

E’ dicembre di un anno lontanissimo: rivedo la mia maestra, seduta accanto alla cattedra.

Si chiamava Giuseppina Furnari, aveva gli occhi scuri e penetranti, in armonia con la pelle chiara e le guance rosse, i capelli sempre raccolti.

Il suo viso emanava uno strano calore, particolarmente intenso, ma al di là di ogni memoria del fisico di una persona, lei mi è rimasta impressa nell’anima.

La maestra Furnari veniva da Piazza Armerina, ma abitava a Valguarnera. Ci raccontava che, a “Piazza”, in occasione del Natale, si “conzava a Nuvena”: si adornava un quadro di Maria con arance e asparago, sul quale si facevano cadere dei batuffoletti di cotone, che ricordavano la neve di quella gelida notte di Natale. La sera la famiglia si riuniva intorno a questo quadro per recitare preghiere e inni pastorali.

A Valguarnera, invece, la Novena veniva celebrata alla Chiesa Madre alle 4,00 del mattino, si stava immobili quasi incantati  al dolce suono di quella musica primitiva.

Dentro le case, sino a notte fonda si intonavano canti dedicati al Natale e accompagnati dal suono degli zampognari.

E’ rimasta scolpita nella mente di qualche anziano valguarnerese il suono di questa strofa: “ Quannu Cesari jttau-ddu gran bannu rigurusu / San Giuseppi si truvau /nilla strata rispittusu”………

I preparativi natalizi cominciavano il 13 dicembre: giorno di Santa Lucia. Le case venivano arricchite da immagini di santi e da rami di pungitopo, in cucina  biscotti di fichi e mandorle scaldavano cuore e palato.

La sera della vigilia di Santa Lucia si portava per le vie del paese il “pagghjùl”: una sorta di candelora o cero votivo realizzato con arbusti di paglia, assemblati da fil di ferro, con un diametro di un metro e un’altezza di quasi cinque metri.

Ancora oggi, forte è la devozione dei valguarneresi, nei confronti di questa Santa.

A scuola disegni raffiguranti la nascita di Gesù e paesaggi invernali evocavano il Natale. Ma lo spazio più grande, nella mia memoria, è occupato dal ricordo di un episodio della  quinta elementare, quando la  maestra, con un libro in mano, cominciò a parlarci di uno scrittore nostro concittadino: Francesco Lanza.

Decise di leggerci un brano, di uno scritto tratto dal “Lunario Siciliano” dedicato al mese di dicembre. Spesso, ritorno alla lettura di una parte di questo racconto, per la meraviglia delle sue parole:

“……Sotto le fronde di sparagio e bioccoli di lana il Bambinello rinasce, letificando il gelido mondo, come nella beata notte pastorale.

Il cuore si riapre a più certe speranze, e staccandosi dal trascorso fiume del tempo si volge al futuro come a un viaggio migliore(…) Freddo e gelo rendono più cara la casa popolata d’affetti, in cui si perpetua e ricomincia la vita: la sposa sorride al poppante, e i pargoli rumorosi intorno al raccolto desco familiare sono come il cespo che sarà spiga nella fertile estate. Allora il cuore deserto si sente più spoglio e vano, e morso dall’esemplare dicembre accoglie virili propositi, l’ansia di sentirsi rinascere in nuovi germogli.”

Nel corso del tempo, rileggendo il racconto, ho sempre voluto ritrovare nella grande forza espressiva di queste parole il mondo interiore di uno scrittore straordinario e, allo stesso tempo, immagini e suggestioni  natalizie di un’insegnante mai dimenticata.

                                                                                                            Maria Rina Virzì

 

( da “Racconti di Natale” a cura di Aurelio Caliri, Edizioni Arte e Musica, Siracusa, 2013)